Il fatto
"179 ciclisti morti in un anno", l'appello di uno zio di vittima in bici per strade sicure
Corrado Protasi chiede guida responsabile, città a misura di bambino e più sicurezza per chi pedala
Dieci ciclisti morti in una sola settimana, 179 dall’inizio dell’anno e 33 nel solo mese di settembre. Numeri che per Corrado Protasi non possono essere soltanto statistiche. Protasi, presidente della Commissione Promozione al Ciclismo - Enti e Marketing della Fci Sicilia, è lo zio di Salvatore Rametta, il giovane ciclista morto a soli 15 anni nel 2008 mentre partecipava a una gara di ciclismo giovanile, per le conseguenze di uno scontro con un'automobile che non doveva trovarsi dentro il percorso di gara. Una tragedia che ha segnato una famiglia e una comunità e che diventò a Noto, ma più in generale in tutta l'Isola, il punto di partenza per un nuovo appello sulla sicurezza stradale.
“Dietro ogni numero c’è una vita”, scrive Protasi, richiamando l’attenzione sulla necessità di non abituarsi alle notizie di ciclisti morti sulle strade. Persone che stavano andando al lavoro, allenandosi, facendo una passeggiata o semplicemente tornando a casa. E dietro ciascuna di quelle persone, ricorda, c’è una famiglia che aspettava il loro ritorno.
Il caso di Salvatore Rametta rende ancora più concreto il significato di quelle cifre. Aveva appena 15 anni ed era in sella alla sua bicicletta per partecipare a una competizione giovanile. Una passione sportiva che si è trasformata in una tragedia e che, per lo zio, deve spingere a riflettere sulla sicurezza di chi sceglie la bicicletta.
“Una bicicletta non è un ostacolo”, è il messaggio lanciato da Protasi. Chi pedala condivide la strada con gli altri utenti e, a differenza di chi si trova all'interno di un'automobile, non dispone di una carrozzeria a proteggerlo.
Da qui l'appello a una maggiore attenzione alla guida. Un sorpasso effettuato senza lasciare spazio sufficiente, una distrazione, l'utilizzo del telefono o una velocità non adeguata possono avere conseguenze irreversibili. Per questo, secondo Protasi, la sicurezza stradale non deve diventare una contrapposizione tra automobilisti e ciclisti, ma una questione di responsabilità collettiva.
Rallentare, lasciare spazio, attendere prima di effettuare un sorpasso e non utilizzare il telefono mentre si guida sono comportamenti che possono contribuire a ridurre i rischi per gli utenti più vulnerabili.
Ma l'appello guarda anche oltre i comportamenti individuali e coinvolge l'educazione e la progettazione delle città. Protasi richiama infatti la necessità di partire dai bambini, che già oggi sono cittadini, pedoni e ciclisti, e hanno il diritto di raggiungere la scuola e muoversi negli spazi urbani senza essere esposti a pericoli evitabili.
Da qui l'idea di una “città bambina”, progettata anche dal punto di vista dei più piccoli, nella quale una famiglia possa sentirsi nelle condizioni di lasciare che un bambino raggiunga la scuola a piedi o in bicicletta.
“Non dobbiamo insegnare ai bambini ad avere paura della strada. Dobbiamo costruire strade nelle quali i bambini possano essere bambini”, è il senso dell'appello.
Per Protasi la sicurezza deve quindi essere affrontata su più livelli: educazione stradale, rispetto delle regole, comportamenti corretti alla guida e una diversa progettazione degli spazi urbani. L'obiettivo è evitare che siano proprio gli utenti più vulnerabili a dover pagare il prezzo delle carenze del sistema.
I 179 ciclisti morti dall'inizio dell'anno, conclude il suo messaggio, non possono diventare soltanto un dato da aggiornare. Dietro quei numeri ci sono persone che non sono più tornate a casa, come Salvatore, e famiglie che hanno dovuto fare i conti con una perdita che nessuna statistica può raccontare.
“La strada è di tutti. La vita viene prima”.
