la storia
L’appello disperato di una madre: «Mio figlio rischia di morire in cella»
Una donna di Pachino denuncia il peggioramento delle condizioni del figlio detenuto a Cavadonna: «Serve subito un intervento»
«Mio figlio rischia di morire in carcere. Ma questo sembra non interessare a nessuno». La pachinese Vincenza Campisi, madre del trentaduenne Gianluca Morana, da tempo recluso al carcere di Cavadonna, torna a denunciare la situazione del figlio, a tre mesi di distanza dal suo precedente intervento.
“Rispetto a gennaio, le condizioni di salute di mio figlio sono peggiorate e di molto. Sono stata a trovarlo: le sue condizioni di salute sono pietose. Basta guardarlo in faccia. Lo stato di tossicodipendenza lo sta devastando. Cosa mi devo aspettare? Forse la comunicazione che mio figlio è deceduto in carcere? Perché nessuno interviene? La vita di mio figlio non vale niente?”.
Un appello disperato, quello di Vincenza Campisi che tre mesi addietro, dalle colonne de La Sicilia, ha chiesto il trasferimento del figlio in una Cta, la Comunità terapeutica di recupero, per poterlo curare e seguirlo in un percorso di uscita dalla dipendenza.
«Il Riesame ha disposto il trasferimento di Gianluca al carcere di Barcellona, - prosegue Vincenza Campisi - non gli vengono concessi gli arresti domiciliari perché temono la sua fuga, mentre per il trasferimento in un Cta si parla di uno spostamento in una struttura di Cuneo, in Piemonte. Va ricordato, inoltre, che un medico psichiatra ha evidenziato due aspetti: mio figlio non può andare lontano dalla sua famiglia né può restare in carcere. Il suo stato di salute è peggiorato dopo aver contratto l’epatite C. Come agire nell’immediato? Faremo un’altra istanza medica. Ho trovato grandi difficoltà persino a trovare un avvocato che si prende a cuore la vicenda di mio figlio, un caso umano che impone massima attenzione e celerità. Sono disperata, ogni giorno può essere l’ultimo per mio figlio. Come ho già detto qualche tempo fa, non mi rimane che fare appello all’umanità di chi può decidere. Ma occorre fare presto. Siamo sull’orlo del precipizio e io non voglio perdere mio figlio. Le sue condizioni non sono compatibili con il carcere. Fate qualcosa, vi prego».